A mia inutile discolpa

È un pianeta
su cui si muore troppo, troppo in fretta.

Non volevo ucciderlo. Volevo anzi salvarlo
da me stesso, così immenso
e così poco aracnide
per condividere con lui lo stesso angolo
di spaziotempo.

Non mi ha nemmeno visto. Sbalzato per caso
su una bianca pianura aliena, forse
il ragnetto si è chiesto
la ragione di quel vento
così fuori stagione. Come avrei fatto anch’io,
si è aggrappato più saldamente
e ha abbassato la testa e ha atteso
che la bufera passasse.

Ho dovuto spingerlo via col dito.

La sua microvita è finita
alle tre meno un quarto, nell’ora sostenuta a stento
dalla caffeina, con uno sbaffo come di penna rossa
sul bordo di un articolo
di cosmologia osservativa
letto solo a metà.

Chiedo perdono. Avevo dimenticato di essere
io stesso una creatura
mortale da capo a piedi,

– mortale anche sulla punta
apparentemente innocua di un polpastrello.

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