Frammento di un romanzo (letteralmente) in alto mare

– Non credi che dovremmo portare da mangiare ai mostri marini? – chiese Mila.
– Domani, – rispose Ansel.
L’indomani si alzarono prima dell’alba. In silenzio caricarono la barca, facendo la spola fra l’albergo e la darsena con il vecchio furgoncino a benzina di Ansel.
Era la giornata propizia. Il mare era perfettamente calmo e la nebbia copriva qualsiasi dettaglio superfluo.
Svolsero il loro lavoro come ripetendo una preghiera gestuale. Trasportarono le casse a bordo, sciolsero gli ormeggi e spinsero la barca verso il mare aperto. Perché i mostri marini vivono soltanto in mare aperto. Non si avvicinano alla terraferma se non in situazioni del tutto eccezionali. Anche le barche sono propaggini della terraferma, e per questo suscitatano immancabilmente la diffidenza dei mostri. Ansel e Mila sapevano bene che non sarebbero riusciti a vederli. Poco male: si sarebbero limitati a svuotare le casse nel mare, sufficientemente al largo, e poi avrebbero fatto ritorno, richiudendo la nebbia alle proprie spalle.
I mostri avrebbero fiutato l’odore del cibo e sarebbero emersi dalle profondità per sfamarsi, non appena fossero stati sicuri di non essere visti da nessuno.
A rigore, non c’era modo di sapere se davvero i mostri si nutrissero di ciò che Ansel e Mila portavano loro. Ma non c’era neppure ragione di dubitarlo. Il mare non aveva mai restituito neppure una pagina, neppure il più piccolo foglietto. E di certo pesci e gabbiani non si cibano di carta. Spesso ad Ansel capitava di ritornare sul luogo della pastura anche a breve distanza di tempo, alla luce del sole, e immancabilmente scopriva che i mostri avevano già fatto piazza pulita di tutto. Avevano molto appetito, evidentemente, e gradivano quello che si portava loro. Il che, in un certo qual modo, era una soddisfazione, per Ansel e per tutti gli altri.
Carta da pacchi, carta da forno, carta da cucina, carta igienica, certamente; ma ancora più volentieri riviste, vecchi volantini pubblicitari, manifesti, locandine, spartiti, cartoline, bugiardini, biglietti di auguri, prove di stampa, pagine di giornale, e addirittura volumi interi, in brossura o rilegati: serie a fumetti, romanzi tascabili, dizionari, enciclopedie in fascicoli – questo piaceva ai mostri marini.
La barca riusciva a portare una dozzina di casse o poco più. Come ogni volta, Mila si era preoccupata personalmente di riempirle, combinando le diverse forme di produzione cartacea in modo da ripartire adeguatamente il peso e, perché no, cercando di ottenere il miglior risultato gastronomico dall’accostamento dei diversi ingredienti. Certo, il mare avrebbe rimescolato tutto, vanificando almeno in parte i suoi sforzi, ma non per questo si sentiva autorizzata a sfamare i mostri marini con dei piatti preparati alla rinfusa.
Impiegarono un’ora a raggiungere il punto più adatto, e un’altra ventina di minuti per servire il pasto ai convitati ancora assenti. Mila li sentiva trepidare; forse era solo un effetto della suggestione. La nebbia cominciò ad alzarsi. Sulla superficie del mare, lei e Ansel erano le uniche creature viventi, assieme alla luce fisiologica del radar.
Svuotarono tutte le casse in silenzio, scambiandosi appena qualche sguardo di assenso. Senza un vero e proprio sollievo, ma con la certezza di aver adempiuto un compito.

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