Qualcosa è successo, ma qui va tutto bene

Suonai l’ultimo campanello prima del nulla. Sapevo di essere atteso. Non c’era staccionata tra il deserto e il giardino: solo un cancelletto di legno piantato fra l’erba. Controllai l’orologio. Il cielo pomeridiano senza sole sembrava una grande teglia imburrata.
Ce l’ho fatta, pensai. Serena apparve sulla soglia, uno strofinaccio fra le mani.
– Sei arrivato – mi disse sorridendo.
Mi guardai attorno perplesso. Serena mi aspettava sullo scalino della veranda, come se avesse paura di sporcarsi le pantofole. Percepii un particolare stonato nel paesaggio dietro la casa. Avanzai timidamente.
– Lascia pure aperto il cancello.
– Scusa se non vi ho più chiamato – dissi. – Credevo di riuscire a trovare un telefono a Mount Isa, e invece…
– Non fa nulla. L’importante è che tu sia qui.
C’era un profumo di cannella e di detersivo per piatti. Baciai Serena su entrambe le guance.
– Ti trovo splendida.
– Grazie.
Era perfetta come sempre, pur se in tono dimesso. Pensai banalmente che Dean era un uomo fortunato. Mi domandavo come dovessi apparire io, dopo tutti quegli anni e quegli eventi.
Entrammo.
Il soggiorno era immerso nel buio. Due ampie finestre attiravano fastidiosamente lo sguardo verso il deserto. Sul televisore scorrevano a basso volume le immagini di quello che riconobbi essere un gioco a premi degli anni dieci. Nel centro geometrico della stanza, sopra una coperta di lana azzurra, era seduta una bambina di due anni.
– Bri-brì, hai visto chi c’è?
Serena la prese in braccio e la avvicinò a me. – Saluta bene.
– Ciao, Sabrina – dissi io.
La bambina mi fissò senza aprir bocca.
– È timida – disse Serena.
La somiglianza genetica mi intenerì. Bri-brì sembrava osservarmi dall’altro capo dell’universo.
– Di solito io le parlo in italiano, mentre Dean le parla in inglese… con gli estranei non sa mai che lingua usare.
Frugai nella tasca e tirai fuori un pacchettino avvolto in carta verde.
– Oh, che cos’è?
– Aspetta.
La aiutai a togliere la carta.
– Non dovevi disturbarti. Hai visto, Bri-brì? È un cubo magico. Un bellissimo cubo magico. Come si dice al signore?
– Non sapevo proprio che cosa portare…
Il giorno prima avevo dormito quasi dieci ore sotto un acacia scolpita dal sole, a Barkly Homestead. La vecchia stazione di servizio era deserta e intatta come una scenografia lunare. Mentre svuotavo la vescica tra le sterpaglie, fissando il nulla a una ventina di passi da me, avevo intuito una presenza umana. Avevo faticato a mettere a fuoco i particolari dell’immagine, che andava e veniva come uno stereogramma. A quanto mi era dato di vedere, l’uomo se ne stava appoggiato al cofano di un camion e mi guardava con aria divertita. Io non avevo mosso un muscolo e avevo continuato a pisciare come se niente fosse, pensando vagamente al mio pick-up parcheggiato poco lontano e ai venti galloni di nafta che avevo nel cassone. Mi sentivo inspiegabilmente leggero.
Bri-brì afferrò il cubo come una preda.
– Sei stato gentile a pensarci – disse Serena.
– Oh, capirai. È una stupidaggine.
La bimba era ipnotizzata dal nuovo giocattolo. Serena la rimise a sedere sulla coperta. – Lo bevi un po’ di tè? – mi chiese.
– E Dean?
– È alla stazione meteorologica. Ne avrà ancora per una mezz’oretta. Devi scusarlo, sai com’è fatto. Quando comincia un lavoro…
La seguii in cucina.
– Vi porta via molto tempo?
– Che cosa?
– La manutenzione degli strumenti.
– Ah, veramente… È Dean che se ne occupa. Credo che ormai sia diventato una sorta di automatismo. Non me ne parla più di tanto. Io… non esco spesso di casa, ecco.
Serena pigliò due tazze dallo scolapiatti e le riempì dal rubinetto. Notai che gli anni di matrimonio avevano addomesticato il suo disamore per i soprammobili casuali. Aprì il barattolo del tè solubile e lo versò nelle tazze.
– Il servizio è casalingo – sentenziò.
Ci sedemmo al tavolo del soggiorno.
– A parte gli strumenti – spiegò Serena – non abbiamo molto altro di cui occuparci. Il server, praticamente, funziona da sé. Una volta al mese svolgiamo alcune prove di routine, per verificare la fedeltà della trasmissione e della compressione dei dati. E poi bisogna controllare che i dischi non si surriscaldino, e che i diavoli orsini non rosicchino le linee…
– I diavoli sono arrivati fin quassù?
(Dunque erano le loro urla, quelle che avevo udito nelle notti trasparenti di Mount Isa.)
– Usiamo delle esche al cianuro.
– Ma i dati continuano ad arrivare?
– Molto meno di una volta. Comunque sì. Circa un gigabyte al giorno. – Smise di mescolare e sorrise. – Non succedono molte cose neanche là fuori. – Allargò un braccio ad intendere l’orizzonte.
Dopo la pandemia, incontrare un uomo era diventato un evento epifanico, almeno da quelle parti. Il camionista del giorno prima mi aveva trattato come un vecchio compagno di sbronze. Voleva sapere dove fossi diretto. The Alice, avevo mentito. The Alice? aveva sghignazzato lui. Non c’è niente laggiù. Pesava circa il doppio di me. Quando ci arriverò ci sarò io, avevo ribattuto. Volevo essere simpatico, ma non troppo. Il deserto opprimeva la nostra conversazione.
Più tardi l’uomo era riapparso, mentre cercavo di prendere sonno seduto al mio posto di guida. L’avevo visto balenare nella vampa del cruscotto e avevo udito la sua voce attraverso i finestrini abbassati. Parlava con un punto da qualche parte alle mie spalle. Che cosa ne facciamo? chiedeva. Non lo so, rispondeva il punto. Mi sembra un bravo ragazzo, Ellis. Portiamolo con noi. Non lo so, ripeteva il punto. Ignoravo il momento esatto in cui mi ero addormentato. Al mio risveglio l’uomo era sparito. La geografia del cielo era mutata e il mio sedile era diventato in un nido di crampi.
– Assaggia un biscotto – disse Serena.
Obbedii.
– Sono ottimi – dissi con la bocca piena.
– Come vedi non ci facciamo mancare nulla. C’è un camion di provviste governative che ferma solo per noi. Siamo rimasti gli ultimi, sulla route 87. Conosciamo gli autisti per nome. Spesso e volentieri ci portano anche qualche copia del Sun o del Territorian. Non è divertente?
Feci cenno di non aver capito.
– Se proprio volessimo leggere i giornali, ci basterebbe scaricarli dal server, no?
– È vero – riconobbi. – Se proprio voleste.
Bevemmo qualche sorso. Guardavamo entrambi Sabrina, per non essere costretti a guardarci negli occhi. La bimba stava imparando spontaneamente ad usare il cubo magico e irradiava curiosità. Premette una faccia con i due pollici e il cubo si scompose in due cubi di colori diversi. Appoggiò i due cubi uno sopra l’altro e in un attimo si ritrovò con un cubo solo.
– È intelligente – disse Serena.
Senza guardarla, intuii un’incrinatura nel suo sorriso.
– A volte, per scherzo, la chiamiamo Sabrina Due.
Sullo schermo, un presentatore autosorridente stava consegnando a uno dei concorrenti un assegno cubitale di trentamila dollari. Ebbi l’impressione che il tempo deragliasse. Dopo un attimo di smarrimento, capii cosa c’era di strano: le immagini erano le stesse che avevo visto qualche minuto prima, appena entrato in casa.
– È tutto registrato, vero?
– Dean lo chiama ‘il cimitero degli spezzoni’ – disse Serena. – Ha cominciato a collezionarli una decina di anni fa, pescandoli qua e là. Di certo non si immaginava che un giorno ci avrebbero tenuto compagnia. Da queste parti la vera televisione è finita da anni. – Bevve un sorso filosofico. – La cosa curiosa è che sembrano avere più senso guardandoli a ciclo continuo.
Rimasi un bel po’ con gli occhi incollati sul video. Evitai di dire quello che mi stava più a cuore, qualcosa come ‘Sabrina andava pazza per questo programma’. Serena doveva ricordarlo meglio di me, ma si guardava bene dal fare il primo passo. Mi domandai se anche per lei il pensiero di Sabrina (Sabrina Uno, beninteso) fosse un po’ come l’antimateria di qualsiasi altro pensiero. Evidentemente non voleva affrontare la questione e sperava che facessi lo stesso. Da un po’ sentivo che il discorso aveva cominciato a spiraleggiare, che le cose stavano smettendo di accadere. Solo una settimana prima avevo letto un articolo che discuteva l’apatia come uno dei possibili portati dell’infezione, uno scotto cui erano condannati tutti i superstiti che non adottassero le opportune misure di sicurezza. Sentii crescere un calore opprimente all’interno della gabbia toracica. Pensai al mio primo appartamento europeo, qualcosa come un milione di anni prima.
Dovevo uscire in qualche modo dall’impasse. Ero giunto fin lì per un motivo. Cercai le parole più semplici, sperando che fossero anche le più giuste.
– Serena… dimmi… voi state bene?
– Certo, Guido – rispose lei. Il suo era un sorriso ben esercitato. – Abbiamo una cisterna, un generatore, un parafulmine. Nessuno ci disturba. Siamo i privilegiati del nuovo mondo. E abbiamo un compito meritorio, ‘proteggere la memoria degli uomini in vista di un possibile futuro’. C’è scritto sul contratto di assunzione.
Mi aspettava al varco.
– Ma perché proprio voi?
– Ogni cosa che succede deve succedere a qualcuno. Tu dovresti saperlo. – Tacque. – A noi è toccato il server.
Prese in mano la tazza e si avvicinò alla finestra aperta. La seguii lentamente, per paura di precipitare di fuori. Serena mi indicò un punto sopra i cespugli.
– Lo vedi?
Era solo un particolare del paesaggio, ma aveva un grammo di presenza in più che lo rendeva discorde rispetto allo sfondo. Dean se ne stava ritto su una scaletta pieghevole e guardava nella nostra direzione. La massa dietro di lui sembrava annullarlo, con i suoi 512 yottabyte di memoria megalitica. Facevo ancora fatica a distinguerlo.
– Si mimetizza. È sempre il solito. In realtà ci ha visto benissimo. Ti ha sentito arrivare quando eri ancora a tre miglia di distanza sull’autostrada.
Bevve un sorso. – Sta pulendo l’anemometro. Vuol dire che ha quasi finito. – Mi guardò di sottecchi. – Non è mica un lavoro per tutti, sai? Eppure Dean è un padre affettuoso. Vedessi come è tenero con Bri-brì. La sera porto l’asse da stiro in soggiorno, e guardiamo la tv tutti assieme, mentre aspettiamo che la cena si scongeli.
Mi sembrò di sentire la pentola a pressione che fischiava. Rividi Sabrina nell’atto di abbandonare i fornelli e correre davanti allo schermo per ascoltare l’ultima domanda del quiz prima del telegiornale. Quando interrompeva qualche lavoro in cucina si portava sempre appresso lo strofinaccio, proprio come sua sorella. La domanda in questione valeva un milione di dollari e da essa dipendeva la sopravvivenza stessa di Sabrina. Il concorrente, un immunologo di Seattle, era condannato a sbagliare proprio ad un passo dal paradiso. Lei l’aveva intuito. Mi guardava insistentemente, come se ci tenesse a farmi sapere che nessuno era responsabile di quell’errore, che era stato fatto tutto il possibile, che lei era contenta così. La rassegnazione è un sintomo comune nei malati terminali. Il ricordo mi paralizzò. Per l’ennesima volta, scoprii che non avrei più rivisto il sorriso vivo di Sabrina. Avrei voluto almeno abbracciarla, per non lasciarla sola mentre scorrevano i titoli di coda, ma non ci riuscivo. Un’angoscia mal masticata mi si incastrò proprio sopra l’epiglottide.
Serena era ancora affacciata alla finestra e agitava la mano, cercando di attirare l’attenzione del marito. Si teneva entro il quadro dello stipite per evitare che il mondo di fuori la inghiottisse. Alle nostre spalle, Bri-brì prese tutt’a un tratto a strillare in modo scomposto. Mi voltai e vidi che la bimba aveva smontato del tutto il cubo magico. Ora aveva sedici cubetti di fronte a sé, in scala dal più piccolo al più grande. Mi sorpresi quando vidi le lettere stampigliate sul dorso. Lessi mentalmente:

I   T    I   S    A    S   A   D    A   F   T   E   R   N   O   O   …

Serena non si curava della figlia. Allora capii. Riflettei che da quando si era affacciata alla porta per accogliermi non mi aveva chiesto nulla: se stessi bene, se avessi completato la terapia, se mi servisse qualcosa… Anche lei, pensai. La chiamai e si voltò. Continuava a sorridere.
Lesse la scritta sui cubetti e si commosse.
– Mi dispiace, stella – disse a Bri-brì. – Vedrai, qualcuno ti darà la N che ti manca.
– Serena, tua figlia sa scrivere?
– No, ma forse un giorno imparerà almeno a parlare.
La presi per le spalle.
– Serena, sai perché sono venuto?
– Sei venuto a prenderci – disse tranquillamente. – Grazie mille. È molto gentile da parte tua.
Si staccò da me con dolcezza. – Se vuoi, tu vai pure. Noi restiamo qui.
Poi sembrò ricordarsi di qualcosa. – Dean mi ha parlato di Alice Springs. Ha detto che laggiù la realtà sta rinascendo. Forse sono solo voci, il governo stesso pare non ne sappia niente. Ad Alice si cerca di vivere come prima. C’è ancora la scienza e la religione. E sono tutti sani.
– E lui come lo sa?
– Gliel’ha detto il server.
Come sempre, la verità era molto semplice. Ricordai la sensazione di un paio di braccia note che mi sollevavano di peso. C’era stata una breve discussione. Ero stato sballottato come un peso morto. Alla fine qualcuno aveva deciso di riadagiarmi sul sedile. Non deve accorgersi di nulla, aveva detto. Fanculo, Ellis, avevano risposto le due braccia, io lo faccio e basta. Va bene, fai quello che vuoi. Una mano sfuocata si era infilata attraverso il finestrino e aveva lasciato cadere sul sedile accanto un involto di carta verde. Il pomeriggio aveva già cominciato a scivolare lungo il proprio pendio. Sei contento? Possiamo andare adesso? Sì, possiamo andare.
Serena si era accoccolata sulla coperta assieme a Bri-brì e le ravviava i capelli, mentre la bimba inghiottiva gli ultimi singhiozzi.
– Su, mettiamo via il cubo magico. È ora di preparare la cena.
Mi stupii di non sentire alcuna angoscia, la mente liscia come una lavagna.
– Ti fermi da noi per un po’, vero, Guido? – chiese Serena. – Ti preparo qualcosa di buono.
– Grazie – dissi.
Guardai di nuovo alla finestra. Sotto un cielo di panno morbido Dean avanzava agile e sorridente fra l’erba alta, come una promessa, verso la casa, verso di noi.
Aveva qualcosa fra le mani.

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5 pensieri su “Qualcosa è successo, ma qui va tutto bene

  1. Questo è un bellissimo incipit, ma la storia che si intuisce è più grande. Ti consiglio di andare avanti.

    Mi piace tanto, tranne due o tre scelte stilistice (“teglia imburrata”, “sorso filosofico”, “il mio sedile era diventato in un nido di crampi” [qui sospetto errore]).

    La pandemia è un tema molto usato, però te la sei giocata molto bene con le interazioni tra i personaggi.

    Dean…c’è anche Sal?

    Ciao e vai avanti così, mi piace come scrivi.

    1. Marco,

      Grazie dei commenti e dei complimenti!

      Non ci sono errori, le espressioni che hai citato, pur se discutibili, sono volute. Per questo ho scritto (nella pagina “Racconti”) che si tratta ancora di una versione beta. Ho bisogno di rileggerla fra una quindicina di giorni per vedere che cosa posso lasciare e che cosa devo assolutamente cancellare.

      Ho voluto provare a scrivere un racconto lasciando il grosso della storia “fuori dai bordi”, ma per il momento ho esaurito quello che avevo da dire sulla questione. Non so se diventerà mai la parte di qualcosa di più grande. Diciamo che mi sto ancora allenando prima di affrontare progetti di più ampio respiro.

      G

  2. E’ davvero molto bello.
    Sarei anch’io d’accordo con il consiglio di proseguire, ma vedo che hai le idee già molto chiare in merito, quindi non insisto.

    Volendo essere seccante, io potrei eccepire su “un’angoscia mal masticata” e qualche altra cosa qua e là, ma come vedi siamo nel campo del totalmente discutibile…e poi, per questo genere di cose basterà davvero una rilettura tra qualche giorno.
    Quello che, invece, mi fa impazzire di questo racconto, è che assomiglia a un sacco di cose, ma che non è nessuna di quelle. In altre parole: c’è dietro una voce. E questa cosa è fantastica. Complimenti. E, soprattutto, vai. Vai avanti.

    1. Grazie, Giulia! Ricevere un complimento simile da te è un’emozione. Sei fin troppo buona. Comunque sono felice che il racconto ti sia piaciuto.

      Non avere paura di indicarmi i dettagli che secondo te andrebbero corretti. So benissimo quanto sia facile lasciarsi ipnotizzare dalla parola scritta, soprattutto dopo aver trascorso una dozzina di notti a smontare e rimontare i paragrafi uno dopo l’altro. Il parere spassionato di una lettrice come te per me vale oro.

      Grazie e a presto.

      G

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