La presenza non contemplata
by guidoq
Rientrò in camera e si chiuse la porta alle spalle. C’è vita nelle stanze disabitate. Sfilò le scarpe con un calcio e cominciò a spogliarsi lentamente, di fronte all’ampia finestra: bottone dopo bottone, sovrappensiero. L’intenzione era farsi un buon bagno, ma il bagno è una stanza cieca, senza finestre. Meglio una pennichella, piuttosto. Anche alle sei di sera, chi se ne importa. Con grande serietà indossò il pigiama e si distese sul letto, tirandosi il piumino fin sotto il mento. Il tramonto si vede anche ad occhi chiusi. Piegando alla fine del suo tragitto, il sole illuminava le montagne di una luce irreale, da est a ovest, tutte raccolte davanti alla sua finestra. Continuarono ad esistere anche oltre il confine del sonno, come un gruppo di convitati tacituri.
Fu mentre dormiva che ebbe l’esperienza spirituale più rilevante della sua vita. Un’entità soprannaturale, che poteva essere lo spirito delle montagne, si presentò attraverso la finestra e lo interrogò. Nel sonno, lui si vedeva seduto a un capo del letto, intento a continuare un ragionamento che l’aveva tenuto impegnato fino a pochi minuti prima. Non era sicuro di aver risposto correttamente alla domanda di un collega. L’atmosfera dei congressi lo intimoriva. Lo spirito non badò a questa sua timidezza; non pensò neppure di giustificarsi per il suo arrivo improbabile (l’albergo internazionale, il contesto ufficiale e asettico, privo di errori); lo interrogò tranquillamente sulla sua vita ed egli rispose in tutta onestà senza guardarlo in faccia. Non avrebbe potuto dire se fosse uno spirito maschile o femminile, o quale forma avesse, o quale colore. Il coro delle montagne si allarga fino a contenere la Galassia intera. E lo spirito era parte di questo tutto e lo giustificava. Sapeva che questa era una prova del fatto che esiste qualcosa al di là del corpo e dei sensi; sapeva che era la prima e l’unica prova che gli sarebbe stata concessa; sapeva che non avrebbe potuto stringerla a se ma soltanto sfiorarla con le dita. Quando lo spirito tacque, gli chiese: sei quello che credo tu sia?, e lo spirito disse sì, lo sono.
Non era così che ti immaginavo, proseguì lui. Ed era vero. Le forme che il cielo può prendere nella nostra immaginazione sono pressoché infinite, e quando una di queste si manifesta escludendo tutte le altre è normale provare una piccola delusione. Pensò ai santi che avevano visto il paradiso e si domandò come la loro visione potesse accordarsi con la sua. Lo spirito lo rimproverò: sei già ricaduto nell’errore. Si rizzò in piedi; cercò qualcosa che sembrava sfuggirgli appena sopra la spalla sinistra, e nel voltarsi su se stesso si accorse che lo spirito non c’era più. Sono sveglio? si chiese. Un braccio penzolava addormentato al suo fianco. Lo raccolse con l’altro e lo sorresse per qualche secondo, mentre il sangue ricominciava a fluire. Infine andò in bagno.
Tornando alla finestra, vide che le montagne erano diventate azzurre. Si accendevano le luci sull’altro versante: l’ora di cena, la fine dello stallo. Le cime sembravano essere cresciute in statura. Non poteva escludere che si fossero cambiate di posto. Guardò l’orologio, si sfilò il pigiama e in fretta reindossò gli abiti che aveva buttato alla rinfusa sul divano. Con ansia, calzando a fatica le scarpe senza slacciarle. Qualsiasi opinione della vita è sempre sbagliata. Doveva andare.
Con un residuo di grazia, si inchinò in direzione delle montagne. Scusate, disse. Poi infilò il corridoio ed uscì.
