Ho finito Q di Luther Blissett. Un amico ha insistito per prestarmelo, io gli ho detto che in genere non amo i romanzi storici (e tantomeno i casi editoriali), lui ha ribattuto: leggi le prime quindici pagine, poi decidi se continuare.
Ho continuato.
Era tanto tempo che non raggiungevo certe velocità di lettura: 60-70 pagine/giorno fra sabato scorso e mercoledì, oltre 150 solo nella giornata di ieri. E non sono in vacanza. Normalmente non va bene leggere così velocemente, ma non ho potuto farne a meno. Q è un romanzo d’avventura straordinario ed è difficile sottrarsi al fascino della sua storia. Si finisce un capitolo e si ha subito voglia di cominciarne un altro. Via, di corsa, fino alla fine. È sorprendente. Anche perché, per quanto mi riguarda, non condivido affatto l’impostazione ideologica del racconto e non ho provato quasi mai simpatia o affetto per il protagonista. Ma questo è marginale. Q è semplicemente una trama, una partita di scacchi in cui le mosse sono di gran lunga più interessanti dei giocatori.
Tra l’altro, la soluzione del mistero (l’identità del fantomatico Q) è abbastanza chiara già a metà del libro. (O per lo meno, lo era per me, che di solito non brillo per perspicacia in questo genere di cose.) Delusione? Niente affatto. Come ho già detto, l’intreccio conta più di qualsiasi altra cosa, in questo libro. Anche più della conclusione.
Anzi, si vorrebbe quasi che non ci fosse, una conclusione. Ciò è ovviamente impossibile sulla terra, ma non in cielo. Immagino che possa esistere una versione celeste di Q (simile, a questo punto, ai Teologi di Borges) in cui l’inseguimento e lo scontro e la sconfitta continuano incessantemente, infiniti, circolari.
Luther Blissett, Q, Einaudi 1999, 652 pagine, prezzo ignoto (l’ho detto, è una copia imprestata).