Ho finito di leggere Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace.
Ormai sono a tutti gli effetti un fan di DFW e tutto quello che posso dire su di lui è condizionato dall’amore per le sue opere. Quando comincio a parlare di libri con qualcuno, ultimamente, la prima cosa veramente sincera che dico è: devi leggere David Foster W. Ora che ho concluso il terzo volume (il più smilzo, finora), mi domando due cose: 1. se riuscirò ad evitare di cadere nel kitsch provando – sottolineo provando - a scrivere come lui, 2. se troverò mai uno scrittore che sappia scrivere come lui o meglio di lui (attualmente DFW rappresenta per me l’estremo superiore di ciò che chiamo letteratura). Alla seconda domanda non so ancora dare risposta, mentre alla prima rispondo con sicurezza no, non ci riuscirò.
La citazione: «Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore o angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte.»
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again), minimum fax 2001, traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo, 141 pagine, € 11.
Una cosa divertente che non farò mai più non l’ho ancora letto, ma posso dirti, con lucida certezza consapevole che mi trovo nella tua stessa situazione di “dipendenzawallaciana”. Credo che il provare a scrivere come il “nostro” non sia una cosa consapevole, ma di certo in un modo o nell’altro la sua influenza si farà sentire. E non è detto sia una cosa positiva. Lieto di aver trovato un altro estimatore di dfw.
Grazie, williamdollace. Fa molto piacere anche a me. Come dici tu, l’influenza di un autore può non essere sempre una cosa positiva. Però credo che la letteratura italiana contemporanea abbia molto da imparare dalle ultime generazioni di scrittori americani (penso ovviamente, oltre che a Wallace, a Pynchon e soprattutto a Salinger). Restiamo in contatto.
volentieri. a presto. we stay in contact