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Un ricordo dell’aldiquà

In Racconti on Giovedì 17 Aprile 2008 at 2:15

[960 parole]

C’era un lago chiamato Michigan. La stella che allora illuminava la terra era al suo culmine nel cielo. Il grande lago riempiva metà del mondo alla mia destra come un prato di luce. Correvo lungo una strada alberata in sella a una Bottecchia dei primi anni novanta che avevo portato con me dall’Europa, poi rimessa a nuovo e lucidata, il mio unico mezzo di locomozione su qualsiasi lungomare del mondo, specie nei sonnolenti pomeriggi d’estate. Assecondavo le curve della strada lungo la costa — una qualche Oak Lane o Maple Ridge ripiegata ad arte per movimentare la rigida griglia ortogonale che affligge buona parte della topografia degli Stati Uniti — in un qualche punto indeterminato della vasta transizione che da Chicago porta alla campagna profonda. Notavo con sorpresa che le sinuosità della strada corrispondevano molto bene ai picchi e alle valli dello spettro di potenza della radiazione di fondo universale, un’immagine che avevo studiato a lungo nella mia carriera accademica, la prima ecografia del nostro universo che lascia intuire un futuro (ora compiuto) di struttura, organizzazione, galassie, acidi nucleici e passeggiate in bicicletta lungo il lago Michigan. Il nostro cervello, pensavo allora, era effettivamente progettato per riconoscere la presenza di strutture organizzate, per ritrovare lo spettro di potenza primordiale nelle curve di una strada, e al tempo stesso per sorprendersi di queste scoperte serendipitose. Le combinazioni, riflettevo, ci lasciavano di stucco: una parola appena imparata che subito ricorre in un discorso, un nome  shakespeariano pronunciato alla radio nel momento esatto in cui lo stiamo pensando. Avevo contato quarantaquattro alberi lungo la strada, a cinque o sei metri l’uno dall’altro, e poi un campo libero: e quarantaquattro erano proprio i miei anni quell’estate, compiuti pochi giorni prima. Dopo il campo ricominciavano le case, pulite, incorniciate di verde ad una ad una, con quell’apparenza di fittizio che hanno sempre avuto ai miei occhi le case americane. Sudavo e non avevo pensieri. A un tratto ebbi l’impressione che la mia età si fosse di colpo dimezzata, riportandomi ai ventidue anni del mio primo viaggio in America. Riconobbi uno scorcio in fondo alla via: la facciata di una casa che interrompeva il passaggio, con una betulla davanti, il lago onnipresente alle spalle, una posizione concomitante di tutti gli oggetti circostanti tale da risvegliare un processo di riconoscimento nel mio cervello, a livello chimico prima ancora che psicologico. Dovevo essere già stato lì ventidue anni prima, non c’era altra spiegazione. La visione confermava esattamente il ricordo. Non mi sfiorò il sospetto che in ventidue anni qualcosa sarebbe dovuto per forza essere diverso, e che quindi il mio ricordo era molto probabilmente artificiale. Feci quello che ogni cuore umano è abituato a fare: preferii la sorpresa e il mistero. La casa in fondo alla via era particolare, direi familiare, europea, e allo stesso modo lo erano le villette a schiera dall’altro lato della strada; un incrocio padano trapiantato nell’Illinois. Per questo mi si era impresso nella memoria ventidue anni prima, quando avevo calcato quello stesso percorso. Allora ero in macchina, assieme ad amici, mentre ora ero da solo, in bicicletta. In entrambi i casi, dovetti fermarmi, guardarmi attorno, decidere. A sinistra una straducola stretta fra due staccionate riportava verso la statale saldamente ormeggiata nell’entroterra, in direzione Kenosha. Puntai da quella parte e mi sollevai sui pedali per ripartire.

Ed ecco, poco più avanti vidi due ragazzi, uno alto e uno basso, appoggiati a uno steccato verniciato di fresco. Lo steccato era bianco. I ragazzi erano rossi e coriacei. La connotazione negativa che percepivo nel loro aspetto era dovuta a una sorta di preveggenza che di solito era tipica dei sogni. Nelle notti terrestri, salivamo scale che sapevamo essere sul punto di crollare e scongiuravamo la mano che sapevamo destinata a pugnalarci, ben sapendo di non avere speranze. Io pregai che i ragazzi non ce l’avessero con me e cercai di accelerare la mia pedalata. I due si scrollarono dalla posizione di equilibrio statico in cui si trovavano, sorretti dai rispettivi gomiti, e si mossero nella mia direzione. La catena della bicicletta, com’è ovvio, si disarticolò. Mi trovai fermo in mezzo alla strada (e per poco non scivolai sull’asfalto). Questo spettacolo fece sghignazzare i due spettatori. Il più grande dei due brandiva una pennellessa ancora gocciolante di vernice bianca. Mi raggiunse e disse: «Oh, oh, adesso vediamo». Poi, con grande naturalezza, dipinse una striscia bianca sulla gamba sinistra dei miei pantaloni in denim, dalla natica fino alla caviglia.

Vidi che l’altro aveva un bastone.

Nella vita di prima era molto comune la ricerca di un senso nei legami fra le cose. Non sapevo spiegare la violenza che stavo per subire da quei due ragazzi, come non sapevo spiegare il senso motivante della parola lago o dei moti universali. Una bastonata sulla schiena causava sofferenza perché non era motivabile. E pochi di noi erano abituati ad accettare la realtà in assenza di spiegazioni. Nonostante ciò, dopo aver ricevuto un primo colpo sulla spalla destra, prima che il piccoletto si avventasse di nuovo contro di me, riuscii ad allungare il braccio e gli strappai il bastone di mano. Avrei potuto a quel punto colpirlo a mia volta, come lui dava l’impressione di aspettarsi, oppure gettare il bastone lontano, come avrebbe suggerito la migliore delle etiche terrestri. La mia risposta, verbale, fu tanto inspiegabile quanto la violenza che avevo scampato: 

«Non userò questo bastone contro di voi, perché ho dimenticato il dolore del bastone contro di me». 

Faccio fatica ad attribuire a me stesso queste parole, e non posso quindi escludere una discontinuità nel ricordo. Forse in realtà io ero uno dei due ragazzi e non il ciclista. L’unica cosa che so per certo è che mi allontanai in silenzio costeggiando lo steccato. Il lago  andava riempiendo tutto il mondo dietro di me.

© Guido Cupani, 2008