[915 parole]
Quando il poeta Mi Ke era giovane e sconosciuto fece un sogno. Sognò sé stesso all’età di novant’anni, un vecchietto bianco e fragile, dedito alla vita contemplativa presso un monastero fra le montagne. Comprese che gli dei desideravano parlagli attraverso il sogno; capì che il sogno era un mezzo con cui gli era dato di conoscere il suo posto nella trama del cosmo. Al tempo in cui sognò queste cose, Mi Ke era un ragazzo arrogante e ambizioso, e non aveva ancora ottenuto l’illuminazione. Sempre sognando, scese dalla camera in cui si trovava e raggiunse le cucine del monastero. Avvicinatosi al cuoco, lo interrogò:
– Conosci un poeta di nome Mi Ke?
– Certo che lo conosco. Ci sto parlando in questo momento.
– È un poeta famoso, questo Mi Ke?
– Molto famoso.
– La sua poesia è conosciuta anche al di là di queste montagne?
Il cuoco rispose sorridendo: – Al di là delle montagne e al di là mare che ci sta dietro, caro Mi Ke.
Galvanizzato da queste parole, Mi Ke domandò ancora: – E qual è il miglior poema di Mi Ke? Sapresti forse recitarmi il miglior poema di Mi Ke?
A queste parole, il cuoco sembrò imbarazzato, e disse: – Mi dispiace, non ne sono capace. Io non amo particolarmente la poesia. Mi occupo soltanto della cucina: è questo il mio dovere. Non conosco il miglior poema di Mi Ke.
– La colpa è mia, – sbottò Mi Ke, – che pretendo di parlare di poesia con un cuoco. – E se ne andò scocciato. ‘Questi monaci di montagna sono proprio ignoranti,’ pensò più tardi. ‘Bisogna che scenda in città e che cerchi qualcuno all’altezza di discutere con me della mia poesia.’ E così fece.
Il tragitto lo affaticò più del previsto. Raggiunto il villaggio più vicino, si fece indicare la casa di un maestro di calligrafia e si presentò alla sua porta.
– Buongiorno. Cerco il maestro Bao Ru.
– Buongiorno, maestro Mi Ke. Bao Ru sono io.
– Ci conosciamo?
– Tu forse non mi conosci, caro Mi Ke, ma io conosco te. So che abiti al monastero e mi aspettavo che un giorno saresti sceso fin qui da me. Non c’è nessuno, da queste parti, che non conosca il nome di Mi Ke.
Mi Ke si rallegrò, nonostante l’affanno del cammino gli impedisse di rispondere a dovere.
– Caro Mi Ke, concedimi l’onore di sederti alla mia tavola.
– Grazie, maestro Bao Ru, non voglio abusare della tua gentilezza. Mi piacerebbe soltanto poterti fare una domanda.
– Dimmi pure.
– Qual è il miglior poema di Mi Ke?
Bao Ru sorrise e scrollò le spalle. – Questo lo ignoro. Io mi limito a scrivere e a copiare quello che mi viene richiesto. La mia mente è tutta intenta a controllare la mano, e la mano è concentrata unicamente sul pennello e sulla carta. Raramente mi fermo a rileggere quello che ho scritto, e ancor più raramente ne afferro il senso. Il mio lavoro consiste nel cercare l’armonia nella forma e nell’associazione dei caratteri. La poesia è qualcosa d’altro, e non mi interessa. Perdonami, caro Mi Ke, ma non saprei dire qual è il miglior poema di Mi Ke.
Sbalordito, Mi Ke esclamò: – Con tutto il rispetto, maestro Bao Ru, l’arte della calligrafia, come tu l’hai descritta, mi sembra ben poca cosa.
– E lo è, caro Mi Ke. Non è nulla in confronto all’arte con cui crescono i fiori o alla maestria con cui la brina scende sui prati, prima dell’alba.
‘Evidentemente,’ pensò Mi Ke, ‘questo villaggio è troppo piccolo per trovarvi gente che mi apprezzi davvero.’ Salutò cortesemente Bao Ru e si rimise in cammino, intenzionato a fermarsi soltanto quando avesse raggiunto una città in cui fosse sicuro di trovare una risposta alla sua domanda.
E fu così che Mi Ke consumò peregrinando gli ultimi anni della sua vita. Ormai prossimo alla morte, giunse infine alla capitale. Dopo tanto vagare, il suo fisico sembrava essersi rimpicciolito e prosciugato, come anche il suo spirito, sicché le guardie dovettero sollevarlo di peso e portarlo in braccio al cospetto della corte. Qui fu accolto con tutti gli onori. L’imperatore in persona lo salutò con queste parole: – Benvenuto, maestro Mi Ke. Ti stavamo aspettando.
Vergognandosi del proprio stato, Mi Ke si gettò a terra senza riuscire ad aprir bocca. L’imperatore gli si accostò e gli tese una mano: – Alzati, Mi Ke. Se tu ti inginocchi al mio cospetto, io dovrò distendermi per terra. Verrà un giorno in cui il mio nome sarà dimenticato, mentre il tuo resterà per sempre nella memoria degli uomini.
– Le parole del mio imperatore suonano strane alle mie orecchie, – sussurrò Mi Ke. – Di sicuro la lode che egli mi concede supera la mia capacità di comprensione. Ho percorso metà del mondo e parlato con metà degli uomini sotto il cielo, ma nessuno ha saputo dirmi qual è il miglior poema di Mi Ke.
– Io so qual è il miglior poema di Mi Ke, – esclamò l’imperatore.
Mi Ke sollevò la testa come un grillo. Senza voltarsi, l’imperatore chiamò un inserviente che si fece avanti tenendo in mano un’urna di giada.
– L’ho fatto trascrivere per te su questo rotolo. Leggi, Mi Ke.
Con le ultime forze che gli restavano, Mi Ke prese il rotolo e lesse:
Ho percorso metà del mondo
e parlato con metà degli uomini sotto il cielo,
ma nessuno ha saputo dirmi
qual è il miglior poema di Mi Ke.
– Questo è il miglior poema di Mi Ke, – proclamò l’imperatore.
A queste parole, il giovane Mi Ke si svegliò, e in quello stesso istante fu illuminato.
© Guido Cupani, 2008